giovedì 21 giugno 2012

Sulla corsa veloce in pantaloni verdi, anche se non erano quelli.


Che poi il potere evocativo è talmente forte da spronare la discesa delle lacrime, a sangue. La memoria delle cose che ti spinge ad aprirti verso l'odore di un cappello, 1998.
Polvere, pezzetti ruvidi, marrone scuro e plastica rossa, 1998, sempre.
E poi 2000, il 2000 dei 220 a tachimetro.
Ossessione, anni 2000 e ancora oggi, 2012.
Cedro fetente, marcio, da bagnoschiuma buono, ma finto buono, 2005.
A forma di zippo, bel profumo, 2007, 2008.
E la derivata uguale a 0 è il sapore della tua carne.
Con la vaniglia. Un gennaio freddo, dalla felpa double fas blu e bluunpopiuchiaro.
Vaniglia, ancora. Shampoo, non sai quale, ma lo stesso, sempre.
L'odore sul cuscino, non il tuo, ma di padre in figlio. E, speri, in figlio.
Il pane, addosso ad una bambina che suda, un bambino che sudava. Il pane delle molliche ai piccioni, i piccioni, la piazza, una sera nel bagno a pensare al titolo di un tema, che ti piaceva mettere i titoli, beh.
Il primo odore di libro, che nemmeno sai quale e non è importante.
Due paia di occhiali. Tex. Diabolik. Chi cazzo erano? Bei disegni del cazzo in bianco e nero.
Due paia di occhiali e l'odore di un frigo.
Niente occhiali e una finestra aperta. Uva a terra, masticata, non lo sai mica. L'odore del bianco della cucina e del televisore, il nastro isolante che ti attacca le dita, il rosso che non funziona bene e il 6 che non si vede.
Pizza, tagliata male, mangiata peggio.
Bicicletta, piante, il primo déjà vu, con la voce rauca e le sedie di plastica.
Divano verde, dondoli.
Non ci sono ragioni.
Dondoli.
Dondoli.
Dondoli.

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